LA REPUBBLICA edizione Napoli 1 marzo 2009
La “luna” di De Luca sui territori della memoria.
Elegia di una città chiamata Napoli. Racconto della fame e del dolore, della paura delle bombe che cadono a grappoli interrompendo il sonno e distruggendo le case, della morte e della voglia di vivere, di sognare, di amare. Immagini non remote di guerra e desideri non cancellati che assomigliano a quelli di tanti che la guerra continuano a viverla come un sogno interrotto. La guerra l’hanno raccontata in tanti. Il teatro accoglie ora a Venezia la lingua dolce e rapida di Erri De Luca e del suo “Morso di luna nuova” al Teatro Fondamenta Nuove, per il 40° Festival Internazionale del Teatro de La Biennale, diretto da Maurizio Scaparro, ed a fine estate nuovamente in scena per il PorticiArtBox.
Racconto di gente costretta ai ricoveri antiaerei nella Napoli del 1943. Microcosmo di verità e di bugie. Applausi lunghi ed intensi, ed emozione forte a Venezia per la “prima assoluta” di questo spettacolo della Compagnia Gli Ipocriti, che la regia di Giancarlo Sepe restituisce come concertato di suoni, immagini, parole ritrovate nella memoria e messe insieme in rapido percorso appassionato.
Affidate ad un manipolo d’attori generosi, Caterina Sylos Labini, Giovanni Esposito, Antonio Martella, Antonio Spadaio, Marco De Notaris, Luna Romani, Giampiero Schiano, Simone Spirito. Fabbricante di visioni sospese, Giancarlo Sepe porta i suoi attori nei territori bui della memoria e ne accende i contorni in improvvise fiammate veloci, scandite dal suono disperato della sirena che annuncia l’arrivo degli aerei nemici, di grida spaventate, di sorrisi e di canzoni strappate al tempo della spensieratezza. Così nella scrittura di Erri De Luca trova vita il piccolo gruppo, disperato testimone dei giorni della guerra, dell’avvicinarsi della disfatta fascista, dell’eroica ribellione popolare delle “quattro giornate”. Nel ricovero sotterraneo si gioca il racconto della loro vita. Spettacolo struggente, a cui i pochi segni di scenografia ed i costumi di Bruno Buonincontri e le musiche, a cura di Harmonia Team, offrono preziosi contributi.
Giulio Baffi
LA REPUBBLICA 02.03.2009
UNA BIENNALE MEDITERRANEA
Non a caso Maurizio Scaparro ha dedicato al Mediterraneo il Festival della Biennale 2008-09. A rispondere al tema ecco ora due spettacoli che da oggi risalgono al passato. Si rifà alla seconda guerra mondiale Erri De Luca in Morso di luna nuova, “racconto per voci in tre stanze” che fa rivivere l’orrore dei bombardamenti nella Napoli del 1943 ricreando una di quelle cantine usate come rifugi dove otto persone diversissime cercano di sfuggire al terrore delle bombe. Ne guida i gesti, gli sguardi, le voci, le risonanze con sensitività vicino alla perfezione, graduando gli attimi in una serata emozionante Giancarlo Sepe, con le musiche di Harmonia Team, partendo dalle piccole godibilissime gag dei ricoverati per chiudersi con la rivolta della città contro i nazisti.
Da vedere assolutamente….
Franco Quadri
IL MATTINO 1 marzo 2009
Quattro giornate a teatro la Napoli della libertà
Erri De Luca e «Morso di luna nuova»
Enrico Fiore Venezia. «Età, mestieri e storie differenti, compresse in un assedio, rompono le distanze tra loro e vanno insieme, prima al passo, poi fino al galoppo. La macchina della storia maggiore si chiude a sacco sulle vite individuali, ma ci sono sussulti in cui le singole esistenze spezzano la camicia di forza e inventano la libertà». Così Erri De Luca sintetizza «Morso di luna nuova», il testo che Gli Ipocriti hanno presentato al Teatro Fondamenta Nuove nell’ambito del Festival internazionale promosso dalla Biennale. E dal canto suo, il regista Giancarlo Sepe spiega che «il cuore dello spettacolo è questo: una Napoli prima distratta, in cui ognuno pensa ai fatti suoi, e che quando però identifica un male che può aggredirla, ecco scattare una solidarietà incredibile, quel legame speciale che rende forte il suo popolo». Infatti, in epigrafe a «Morso di luna nuova» compaiono i due ultimi versi, e capitali, della «Luna nova» di Di Giacomo: «Puozze ’na vota resuscità!... / scetate, scetate, Napule, Na’!...». Ma la forza di quest'appello non sta nella citazione in sé, bensì - come chiarisce la didascalia iniziale - nel fatto che quella canzone «non appartiene alla scena, non viene da una radio, nessuno la suona, i presenti non la sentono. Comparirà a caso, intermittente». In breve, l’omaggio che De Luca rende qui alla Napoli delle Quattro Giornate non sta tanto nell’esaltazione di quell’atto eroico, quanto, e soprattutto, nella circostanza che l’atto in questione già palpita nell’aria, serpeggiando sotto le volte del ricovero-incubatrice in cui si ritrovano, durante gli allarmi aerei dell'estate del ’43, i nove personaggi in campo (il portiere Gaetano con la moglie Rosaria e la figlia Elvira, il venditore di baccalà Emanuele, il falegname Oliviero, un anziano generale a riposo, la vedova benestante Sofia, il giovane di bella presenza Armando e il suo amico balbuziente Biagio). Dunque, l’efficacia straordinaria del testo consiste - a dire di quell’incubazione - nella compresenza di battute tendenti a sdrammatizzare (vedi i superstiti di un bombardamento che, «ianch’e povere», paiono «tante alici ’nfarinate, pronte p’essere menate int’ ’a tiella») e di altre che, senza rinunciare all’ironia straniante, di pari passo la tramutano in agghiacciante cronaca («E i cani cercavano mmiez’ ’e pprete ’e s’abbuscà nu piezzo ’e carne nosta»). Arriva persino alla messinscena di un autentico sketch da avanspettacolo, questo straniamento. Ma il finale è amarissimo: Elvira, pur dopo che è scoppiata la rivolta contro i tedeschi, si copre gli occhi con le mani, per non guardare (ovviamente è la citazione de «Il mare non bagna Napoli» della Ortese) una realtà che comunque resta dolorosa. Sicché eccolo, il pregio fondamentale di «Morso di luna nuova»: mescola l’atto di fiducia nella capacità di risollevarsi e riscattarsi di Napoli con la coscienza, disperante, che di solito quel conato di libertà è solo un accidente transitorio. Ebbene, direi che Giancarlo Sepe ha messo a fuoco tutto questo con grande intelligenza e non minore precisione, poiché la sua regia si fonda, per l’appunto, sul concetto di «soglia». E basterebbe, al riguardo, considerare la sequenza iniziale, in cui il suono lacerante della sirena arriva a tramutare l’immobilità da archetipi dei personaggi schierati al proscenio in una vorticosa corsa in tondo, sull’onda di un valzer di Kiliar.
Il Gazzettino - Domenica 1 Marzo 2009
"Morso di luna nuova" alla Biennale
I vinti di De Luca nella Napoli del ’43

Un momento dello spettacolo "Morso di luna nuova"
Venezia
Cinque minuti ininterrotti di meritati applausi e molte chiamate hanno sancito, al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, il successo dello spettacolo “Morso di luna nuova” ospite del 40. Festival Internazionale del Teatro. Il testo di Erri De Luca, un “racconto per voci in tre stanze” come da sottotitolo, è divenuto nelle mani del regista Giancarlo Sepe una messinscena attenta e delicata, efficace, dolorosa e a tratti terribilmente divertente. Con la sapienza dei migliori chef, che con perizia artigianale curano gli ingredienti per dare il giusto corpo a una ricetta, Sepe trasferisce sulla scena la densità della scrittura di De Luca (pensata in una “lingua madre” che mescola italiano e molto napoletano) e orchestra senza sbavature dialoghi e soliloqui di un cast di alto livello. E come il grande cuoco non si impone al palato, ma scompare nel sapore della sua creazione, così il regista non sbatte in faccia allo spettatore scelte ardite o bizzarre. Tutto fila con naturalezza. Il movimento scenico è curato e preciso, ma non artificioso. Le scene di Bruno Buonincontri cesellano ogni passaggio. E le parole escono nette, scolpite, lucide quando si parla della strage sanguinosa prodotta da un bombardamento come quando due guitti strepitosi (impersonati con divertente maestria da Giampiero Schiano e Giovanni Esposito) propongono una piccola farsa ambientata in un rifugio antiaereo. Sulle note di un valzer di Kilar, la teatralità (senza nessuna inflessione artificiosa) invade la platea senza scalfire la quarta parete, senza eccessi di fictio e senza facili strizzatine d’occhio al pubblico. È questo equilibrio generale che permette a “Morso di luna nuova” di raccontare con efficacia pacata le angosce di una Napoli stretta tra i rastrellamenti dei tedeschi e i bombardamenti degli alleati, in quell’estate del 1943 che culminò con una insurrezione popolare contro l’ex-alleato divenuto occupante e intruso. A parlare, in un climax doloroso e realistico che mostra una “città ricoverata”, sono gli scarti minimi di esistenze ordinarie stravolte dalla guerra, dalle corse nei rifugi al suono delle sirene, da una surreale divisione tra la vita alla luce e la vita sottoterra, assediata da grandinate di bombe che lanciano pezzi di carne fino al terzo piano. C’è una napoletanità fiera che emerge vigorosa, sfociando in una vitalità vigorosa fatta di mani che si uniscono e sentimenti che rompono la scorza dura dell’egoismo, impastata di lacrime e di un desiderio irrefrenabile di libertà.
Giambattista Marchetto
Febbraio 28, 2009 in Morso di luna nuova, Recensioni | by Carlotta Tringali
La luna nuova è una luna assente, nascosta, che lascia l’uomo solo; la sua luce, che rende sicuri i passi incerti nella notte, non è presente nello spettacolo diretto da Giancarlo Sepe e debuttato al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia. Tratto dal racconto per voci in tre stanze scritto dal controverso Erri De Luca, Morso di luna nuova affronta il periodo tragico vissuto dai napoletani durante la seconda guerra mondiale, quando la città era assediata dalle truppe tedesche.
Immerse in un buio totale si intravedono le sagome di otto figure disposte in riga, l’una di fianco all’altra. Con passo deciso si avvicinano silenziosamente verso il pubblico come se volessero frantumare la quarta parete, ma sono costretti a ritirarsi, non possono procedere oltre. Il rumore delle onde che si infrangono e si rincorrono irrompe sul palcoscenico, è proprio il mare a dettare i confini oltre cui non ci si può inoltrare; ma quello che spaventa i personaggi in scena si può solo ascoltare e non vedere. Suoni di campane, l’urlo delle sirene che avverte del pericolo di un attacco aereo del nemico e una voce tedesca, che dolcemente invita ad alzarsi, aprire gli occhi e avvicinarsi, evocano in pochi istanti uno scenario della seconda guerra mondiale.
Gli otto personaggi iniziano a correre ordinatamente, seguendo uno schema, un percorso; i loro passi sembrano avvicinarsi a una corsa militare e perfettamente si addicono alla musica che ricorda un walzer. Diventa una fuga organizzata, dove ognuno tiene stretto a sé i propri effetti personali e solo nel momento in cui insieme si bloccano, sempre rigorosamente in riga verso il pubblico, i loro volti esprimono paura, sentimento che durante la corsa non si percepiva. Dopo un incipit ad effetto, affidato alla impeccabile coralità corporea degli attori e rafforzato dalla musica e dalle luci, si entra dentro la storia tragica di otto napoletani costretti a scappare per salvarsi dai bombardamenti che impazzavano nell’estate del 1943 in città. Dentro uno dei tanti rifugi sotterranei, si incrociano le vite dei due giovani amici Biagio e Armando con quelle della famiglia di Gaetano, il portiere dello stabile, della moglie Rosaria e la figlia Elvira, del generale a riposo e dei due lavoratori Emanuele e Oliviero. Nei loro dialoghi emerge la napoletanità, la forza unica di un popolo che non si dà per vinto, che nonostante il terrore riesce a reagire: sono le famose Quattro Giornate di Napoli, i giorni dal 27 al 30 settembre 1943, che segnarono il riscatto della città. Il coraggio e l’eroismo di quei giovani che sono riusciti a scacciare l’esercito tedesco in attesa di quello americano liberatore, non è rappresentato dalle azioni, ma qui affidato alle parole: orrore e fiducia, voglia di riscattare le proprie vite e la propria gioventù, attaccandosi a piccoli gesti che infondono grande speranza. E così il canto del canarino di Biagio, oppure il semplice mettere la testa sotto l’acqua del mare per non sentire più il rumore delle bombe, guardare il cielo stellato senza occhiali e assistere a una allegra farsa che ricorda Scarpetta, servono per riuscire a respirare e superare quei momenti difficili sospesi tra la vita e la morte.
Giancarlo Sepe firma una regia impeccabile, priva di sbavature, riuscendo a costruire scene corali che risultano delle vere e proprie coreografie. Merito anche degli attori: Marco De Notaris, Giovanni Esposito, Antonio Marfella, Luna Romani, Giampiero Schiano, Antonio Spadaro, Simone Spirito e Caterina Sylos Labini che si muovono in perfetta sintonia, trasmettendo emozioni anche grazie all’uso del dialetto napoletano, rendendo così le sensazioni ancora più autentiche. La scenografia, data da quinte rigorosamente nere che diventano paraventi e angoli del rifugio, è curata da Bruno Buonincontri. Costruito intorno alla melodia del pezzo di Salvatore di Giacomo Luna Nuova, il racconto si intreccia con le musiche di Harmonia Team in collaborazione con Davide Mastrogiovanni: suoni di strumenti ad archi e la dolcezza di melodie classiche si mescolano con i rumori assordanti dei bombardamenti, che impediscono di sentire le preghiere dei personaggi in scena.
Morso di luna nuova è uno spettacolo dove immagini sonore e visive colpiscono lo spettatore, grazie anche agli incredibili giochi di luce di Rocco Giordano, che nonostante l’assenza della luna, riesce a riprodurre un’atmosfera in cui alla fine i passi incerti nel buio diventano fondamentali per prendersi una rivincita con il nemico.
Febbraio 28, 2009 in Morso di luna nuova, Recensioni | by Dafne Foderà
Il rumore del mare trascina lo spettatore nella realtà di Napoli, la città ricoverata, il manicomio, la città che, distrutta, si rialza sempre. I corpi degli attori emergono dal buio. Sono trascinati dalla corrente della vita e della paura. Corrono, ognuno con il proprio bagaglio, in circolo, perché non c’è più un posto in cui andare. La guerra ha distrutto tutto, ma non la forza degli abitanti della città. Almeno, non di quelli che si ritrovano insieme nel rifugio antiaereo, a condividere la tragedia della seconda guerra mondiale. Rappresentanti di quella popolazione partenopea che, stretta tra i tedeschi e gli alleati, riuscì a liberarsi durante le “quattro giornate di Napoli”, dal 27 al 30 settembre del 1943. Morso di luna nuova, spettacolo andato in scena ieri sera al Teatro Fondamenta Nuove, diretto dal regista Giancarlo Sepe, basato sul racconto per voci in tre stanze di Erri De Luca, con l’alternarsi di luce e buio, con il rumore delle bombe e il silenzio del terrore, ha ricordato all’uomo la sua fragilità. Quanto tutto sia precario e instabile e quanto, allo stesso tempo, sia forte la capacità di resistere. La “Napoli che sta sotto” è capace di distruggere la “Napoli che sta sopra”. Anche se l’unica arma a disposizione è l’autoironia.
Gesti, espressioni e dialetti, in un mondo deserto, possono essere la certezza, il legame tra gli esseri umani. Ridere di se stesso è l’unico modo che ha l’individuo per salvarsi, quando ha paura. Perché avere la capacità di prendersi in giro è il primo passo verso la conoscenza delle proprie debolezze, ma soprattutto del proprio coraggio. Se si è tanto leggeri da preoccuparsi del caffè, mentre piovono bombe dal cielo, si è capaci di sopportare di tutto. Evadere non è andare a vivere in un altro mondo. È vivere il proprio quando viene impedito dalle circostanze, continuare a camminare su un terreno che sta per saltare in aria. Volare sopra di esso, se necessario.
Il buio e il nero dominano la narrazione, resi vita dalle musiche che, da sole, fanno andare avanti il racconto. Ci viene mostrata una città fatta da uomini coraggiosi, persone che si incontrano, si conoscono e vivono insieme il sentimento più antico e devastante dell’uomo, la paura. C’è Biagio (Antonio Spadaro), con il suo canarino miracoloso, che lo avvisa delle bombe prima della stessa sirena. Con lui, l’amico Armando (Simone Spirito), il sovversivo. Ci sono Oliviero (Giovanni Esposito) ed Emanuele (Giampiero Schiano), con le loro riflessioni amare e, allo stesso tempo, leggere, che rappresentano tutto lo spirito di Napoli, la capacità, tipica del suo popolo, di ridere delle proprie tragedie; c’è Elvira (Luna Romani), che vede solo il mare, perché è il suo rifugio. Con lei anche la madre Rosaria (Caterina Sylos Labini) e il padre Gaetano (Antonio Marfella), portiere dello stabile. E, poi, c’è il generale (Marco De Notaris), l’ultimo ad accettare il tradimento tedesco. Anche lui è un uomo, ha solo più paura degli altri.
Una riflessione su come rialzarsi, sul non piangersi addosso, sulla capacità di reagire, sempre e comunque. Sotto i colpi delle assurdità umane o, semplicemente, della sfortuna, l’importante è mantenersi in piedi. Anche se, dopo una caduta, nulla sarà più uguale. Il giovane Armando non aveva mai sparato. La sua vita non sarà più quella di prima, ma sarà vita. Alla fine, Napoli insorge. Si libera da se stessa.
(traduzione dell’articolo pubblicato su)
PRIMORSK DNEVNIK 6marzo 2009
Il mare che unisce, divide, sognato da poeti, in mezzo al quale s'incontrano diversi popoli, è il simbolo del 40 Festival Internazionale di Teatro di Venezia. Quel mare del porto di Napoli che si manifestava nelle menti delle persone rifugiate nei sotterranei aspettando la fine dei bombardamenti e della guerra. Il racconto di Erri de Luca, una voce di spicco della letteratura napoletana contemporanea, Morso di luna nuova, ci offre delle immagini molto vive e forti sulle quattro giornate della rivolta dei napoletani stremati dall'occupante tedesco nel 1943, grazie anche alle memorie della stessa madre dell'autore. Pensieri e sentimenti quotidiani si ritrovano qui in una situazione estrema. Non sono eroi, ma borghesi e gente di basso rango, che si trovano a condividere lo stesso spazio e la stessa sensazione in un rifugio tra eco di bombe e sirene. Il dialetto, usato in forma comprensibile, dona alle passioni del cuore vivacità e realtà. Il regista Giancarlo Sepe e l'autore hanno creato con stile documentaristico delle situazioni molto movimentate, nonostante lo spazio ristretto, limitato e grigio di un rifugio sotterraneo. Lo spettacolo ha attirato un pubblico molto numeroso che ha apprezzato e ricompensato calorosamente la messinscena e gli attori, tra i quali Caterina Sylos Labini.
Rossana Paliaga